“Paliacci!” “Nazisti!”

gen 27 2012

Ammetto di aver avuto all’inizio non poche difficoltà a trovare dei contributi che potessero in qualche modo porsi allo stesso livello culturale delle elevate argomentazioni con le quali il settimanale tedesco Der Spiegel e il quotidiano italiano Il Giornale si stanno confrontando sulle rispettive virtù nazionali. Ad un certo punto però, scartati Montesquieu e Goethe, mi è tornata in mente questa sequenza:

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Io ricordo

gen 27 2012

Oggi è la giornata della memoria. Che però è solo vuota retorica se non diventa insegnamento e pratica dell’oggi. Dedicato agli ebrei, ai deportati, discriminati e perseguitati di ogni credo, etnia, provenienza e convinzione politica di ieri. E ai tanti, ai troppi, nuovi ebrei, deportati, discriminati e perseguitati di oggi.

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La peste

gen 26 2012

Favorita dalla tecnologia informatica, la sindrome del copia-incolla non è ormai soltanto la triste compagna di viaggio soltanto di insegnanti e professori universitari, costretti periodicamente a confrontarsi con tesi e tesine prive di note e scopiazzate di sana pianta – refusi ed errori di punteggiatura compresi – da qualche sito internet (preferito ai libri, che pesano e costa fatica aprirli) ma è sempre più diffusa anche tra categorie di insospettabili: dai giudici per le indagini preliminari ai politici.

Ultimo contagiato in ordine di tempo è stato il ministro dei trasporti australiano, che è stato beccato, bontà sua, a fare il verso al Michael Douglas del film “Il presidente – Una storia d’amore”.

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Non proprio una bella figura. Un po’ come se Monti avessero chiuso la prima conferenza stampa del suo governo dichiarando alla stampa: “Siamo in missione per conto di Dio”. Eppure, lo ripeto per i laureandi, la regola per evitare che questa vera e propria piaga biblica si diffonda è tanto semplice: tra virgolette (e riportando la fonte) è citazione. Senza virgolette (e senza citare la fonte) è plagio.

[P.S. Il titolo di questo post è copiato da Camus]

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“Lavoratori del Cile: vi parla il Presidente della Repubblica”

gen 26 2012

L’altro ieri, a proposito del blocco del trasporto su gomma ad opera dei camionisti che sta paralizzando il nostro paese, avevo fatto l’esempio di un altro sciopero avvenuto quarant’anni fa in Cile, sciopero che aprì la strada al colpo di Stato militare di Pinochet e a tutto ciò che di tragico ne seguì. La stessa cosa è venuta in mente anche a Sabrina Ancarola che in questo suo post riporta, insieme ad altre cosiderazioni che meritano di essere lette, la trascrizione delle ultime parole che il presidente cileno Salvador Allende pronunciò ai suoi compatrioti via radio dal palazzo della Moneda l’11 settembre 1973 poco prima di essere sopraffatto dai golpisti e suicidarsi (o “essere suidicidato”, la questione è ancora controversa).

Il link diretto lo trovate qui. Se ne consiglia la lettura agli studenti e non solo, per farsi un’idea della storia di “un altro” e non meno drammatico 11 settembre.

(Nella foto: Allende, al centro armato e con l’elmetto in testa, esce dalla Moneda mentre in cielo sfrecciano i caccia  dell’aviazione golpista)

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Losers

gen 24 2012


Diciamo la verità: il problema dell’età media dei laureati esiste. Ma, tralasciando il grande punto interrogativo sul reclutamento e sul futuro dei vecchi e nuovi strutturati, esiste anche la questione di quanto il numero dei laureati (e il loro livello medio) resti comunque basso, quella degli effetti dello sfacelo della riforma del 3+2 e di quelle successive. Già che ci siamo aggiungiamoci la storia della qualità dell’insegnamento e dei servizi agli studenti così come quella del loro livello di preparazione di base. Mettiamoci poi il problema del valore, non solo legale, di diplomi, lauree (triennali e specialistiche) e persino dei dottorati, l’adagio delle risorse – che non ci sono – per didattica e ricerca e la favola delle sinergie – che non praticamente non esistono – tra mondo del lavoro scuola e università, eccetera eccetera eccetera.

In ogni caso, di fronte a questo bailamme, se proprio si voleva “iniziare a dare nuovi messaggi culturali” magari lo si poteva fare senza dare di sfigato a qualcuno.

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Los camioneros

gen 24 2012

Per carità, sicuramente non c’entra nulla e quindi nessuno me ne voglia, ma quando mi dicono che alcune categorie di camionisti in sciopero stanno praticamente paralizzando il paese, per deformazione professionale a me, sia detto col massimo rispetto, viene in mente questo signore qui sotto.

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A proposito di disoccupazione e ammortizzatori sociali

gen 24 2012

La sfida della modernizzazione del nostro sistema welfare, come si è qui detto più volte, passa anche e soprattutto attraverso una riforma dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Al primo posto nell’agenda del governo, anche se non è una novità, pare esserci il riassetto dei provvedimenti a tutela della disoccupazione.

La storia di queste misure nel nostro paese ha seguito per un certo periodo un percorso analogo a quello delle altre principali realtà continentali, salvo poi “deviare” in altre direzioni. Le prime forme di tutela contro la disoccupazione vennero varate negli anni che precedettero e seguirono lo scoppio della prima guerra mondiale. Si trattava di schemi assicurativi, inizialmente a carattere volontario, che prevedevano il versamento di contributi fissi. La Francia li introdusse nel 1905, seguita l’anno dopo dalla Norvegia e nel 1907 dalla Danimarca. Progressivamente, anche per effetto delle conseguenze della crisi del 1907 (che poneva fine ad una fase di crescita economica e soprattuto finanziaria), si andò facendo strada una concezione della disoccupazione come frutto di una situazione di crisi (sistemica o congiunturale) e non come conseguenza di colpe o scelte individuali. Nel 1911, il Regno Unito varò quindi il primo schema di assicurazione di tipo obbligatorio. Dopo la grande guerra, quando cioè la necessità di riconvertire il sistema di produzione e l’impatto sul mercato del lavoro delle masse di ex-mobilitati emersero in tutta la loro gravità, si mossero in questa direzione tutti gli altri paesi. Dopo aver riorganizzato il sistema di collocamento, l’Italia fu tra i primi e nel 1919 varò (per decreto, il che la dice lunga su qualli fossero le resistenze del Parlamento) l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria.

Fino gli anni Trenta, le assicurazioni (volontarie o obbligatorie) furono il principale strumento usato in tutti i paesi più industrializzati per combattere il fenomeno della disoccupazione. La crisi del ’29 e la grande depressione che ne seguì mise in evidenza tutti i limiti di un approccio che tutelava solo particolari categorie di lavoratori e che certamente non era adatto a condizioni di disoccupazione di lungo periodo. Anche in questo caso, la guerra e il dopoguerra favorirono l’introduzione di nuove misure. In questi anni, agli schemi assicurativi si aggiunsero delle prestazioni a carattere assistenziale che tutelavano particolari categorie di reddito prive di questa tutela o, appunto, in caso di lunghi periodi di disoccupazione.

Schemi assicurativi e schemi assistenziali hanno rappresentato la principale risposta (ovviamente con alcune differenze e distinguo) alla disoccupazione negli anni d’oro del welfare state. A partire dagli anni Ottanta, in occasione di una nuova fase di trasformazione, molti paesi hanno progressivamente introdotto delle prestazioni assistenziali di carattere più generale che, sempre sulla base dell’attestazione di un effettivo stato di bisogno, introducevano delle forme di “reddito minimo garantito”. Il nostro paese è rimasto attardato sotto questo aspetto sviluppando, soprattutto dopo l’esaurimento della crescita del boom economico e a partire dagli anni Settanta, lo strumento della Cassa Integrazione Guadagni. Creata nel 1941 dal fascismo, nell’ambito del sistema dei contratti nazionale di categoria, la Cig è diventata lo strumento principe attraverso il quale risolvere le crisi. Tutelando però solo particolari categorie, essa ha impedito una più equa distribuzione della copertura. Già a metà degli anni ’90 l’Italia deteneva una serie di preoccupanti record negativi: “peggior grado di copertura di disoccupati da parte di trasferimenti pubblici”, “la più bassa intensità di protezione del reddito dei disoccupati”, “maggior numero di disoccupati sotto la linea della povertà”, “peggiore performance dei trasferimenti nel ridurre la povertà dei disoccupati” (Isfol, Sistemi di welfare e gestione del rischio economico di disoccupazione, 2003).

La mancanza di interventi anche in questo ambito ha insomma accresciuto il divario tra le tutele degli insiders e l’assenza di tutele degli outsiders. Un divario che la crisi attuale rischia di rendere incolmabile. Occorre intervenire, quindi. Possibilmente evitando di trasformare i primi nei secondi.

Non mancano i dubbi e le resistenze, che travalicano anche i risvolti meramente tecnici: almeno così come si è andato configurando negli ultimi decenni, lo strumento della Cassa Integrazione, molto amato peraltro anche dalle organizzazioni datoriali, ha infatti rafforzato le capacità d’intervento da parte delle organizzazioni sindacali durante i momenti di crisi. Come scrive Ferrera oggi, la parziale perdita di questo ruolo potrebbe essere recuperata introducendo o potenziando altri strumenti. Staremo a vedere. Certo è che così come come sono adesso, le cose, soprattutto per quelli che “stanno fuori” dalle tutele esistenti, non possono continuare in questo modo.

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Se le aspettative (di vita) calano

gen 23 2012

Una delle più straordinarie trasformazioni che hanno interessato i paesi industrializzati nel corso del ’900 è stata quella demografica. Nell’arco di un secolo, grazie ad una serie di concause e nonostante due guerre mondiali, la speranza di vita media è cresciuta poderosamente. In questi giorni mi è capitato di tornare a consultare alcuni indicatori dai quali questo fenomeno emerge in tutta la sua rilevanza. Cento anni fa, ad esempio, l’aspettativa di vita di un nascituro inglese (cioè della massima potenza mondiale di allora) era di 51,50 anni per i maschi e di 55,35 per le femmine. Un dato impressionante (certo non quanto l’Italia, dove l’età era di 44,24 per i maschi e 44,83 – e anche questo è significativo – per le femmine) (dati: UN – Demographic Yearbook – 1951).

 Cinquant’anni dopo, quei dati erano cresciuti ovunque. Tra il 1950 e il 1955 la speranza di vita alla nascita media dei paesi OCSE (uomini e donne) era di 66 anni (quella mondiale era di 47). Casualmente – anzi no, giacché il calcolo della sosteniubilità dei sistemi pensionistici teneva conto, allora come oggi, proprio di questi fattori – l’età pensionistica in molti di questi paesi era stata fissata a 65 anni quasi che il lavoratore medio occidentale si fosse impegnato a gravare il minimo indispensabile sulle casse del proprio ente pensionistico, abbandonando regolarmente la propria esistenza terrena dopo pochi anni  dal ritiro dalla propria attività. A metà degli anni ’70, cioè al momento dell’apogeo del welfare state così com’era stato edificato dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’età era salita a 71 (58 a livello globale) e a metà degli anni ’90 a 76 (64 nel mondo), cosa che – in parte – spiega perché i sistemi pensionistici siano andati ovunque in crisi, richiedendo interventi correttivi proprio sul piano del finanziamento e dell’innalzamento dell’età pensionistica.

Il punto però non è questo: qualche giorno fa l’INE, l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo, ha annunciato in un documento (la tabella è pagina 4) che per la prima volta in cinquant’anni, la speranza di vita media degli spagnoli è calata. Nel 2011, questa è stata di 81,87, anni mentre nel 2010 si era attestata a 81,95. Questo calo di otto centesimi ha allarmato non poco i media iberici che hanno sottolineato come il fenomeno non sia tuttavia nuovo. Già gli Stati Uniti avevano registrato nel corso del 2008 un fenomeno simile (per quanto anch’esso di lievissima entità) e, in generale, molti dei paesi più avanzati hanno evidenziato successivamente una tendanza analoga.

Naturalmente di parla di indicatori, anzi di indicatori medi, con tutto quello che di aleatorio essi comportano. A meno di inaspettati evanti apocalittici, nei prossimi decenni la vita media continuerà ad aumentare. Anzi verosimilmente (almeno questo è l’auspicio) il fenomeno interesserà anche e soprattutto quei paesi che fino ad oggi hanno avuto condizioni – e quindi aspettative – di vita più basse di quelle dell’occidente sviluppato. Il dato spagnolo e più in generae occidentale, resta lieve entità e in ogni caso tutto da verificare e spiegare.

Per quanto piccolo, si tratta comunque di un campanello d’allarme. Nel breve periodo, infatti, il rischio che la recessione, colpendo i settori più deboli della popolazione, ne mini indirettamente la qualità della vita e quindi la salute esiste. E, indicatori demografici a parte, bisognerà tenerne conto.

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Ce n’è un Monte (di crisi)

gen 20 2012

Nell’ultima puntata di Piazza Pulita è andato in onda un servizio dedicato alla crisi che sta colpendo la città di Siena, crisi sistemica che coinvolge le principali istituzioni cittadine – a partire dallo storico Monte dei Paschi e poi giù giù a cascata, Università compresa – e che ha fatto calare una cappa plumbea che attanaglia l’intero tessuto sociale ad esse strettamente legato. Non che il servizio dicesse nulla che non fosse noto o che proponesse, ammesso che queste esistano nell’immediato, soluzioni o vie d’uscita; in ogni caso, lo riporto qui sotto a titolo di cronaca (e anche perché tra gli intervistati c’è un vecchio pirata di mia conoscenza, ma questa è un’altra storia).

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Il pianeta social

gen 19 2012

(via The Global Sociology Blog)

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