La sfida della modernizzazione del nostro sistema welfare, come si è qui detto più volte, passa anche e soprattutto attraverso una riforma dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Al primo posto nell’agenda del governo, anche se non è una novità, pare esserci il riassetto dei provvedimenti a tutela della disoccupazione.
La storia di queste misure nel nostro paese ha seguito per un certo periodo un percorso analogo a quello delle altre principali realtà continentali, salvo poi “deviare” in altre direzioni. Le prime forme di tutela contro la disoccupazione vennero varate negli anni che precedettero e seguirono lo scoppio della prima guerra mondiale. Si trattava di schemi assicurativi, inizialmente a carattere volontario, che prevedevano il versamento di contributi fissi. La Francia li introdusse nel 1905, seguita l’anno dopo dalla Norvegia e nel 1907 dalla Danimarca. Progressivamente, anche per effetto delle conseguenze della crisi del 1907 (che poneva fine ad una fase di crescita economica e soprattuto finanziaria), si andò facendo strada una concezione della disoccupazione come frutto di una situazione di crisi (sistemica o congiunturale) e non come conseguenza di colpe o scelte individuali. Nel 1911, il Regno Unito varò quindi il primo schema di assicurazione di tipo obbligatorio. Dopo la grande guerra, quando cioè la necessità di riconvertire il sistema di produzione e l’impatto sul mercato del lavoro delle masse di ex-mobilitati emersero in tutta la loro gravità, si mossero in questa direzione tutti gli altri paesi. Dopo aver riorganizzato il sistema di collocamento, l’Italia fu tra i primi e nel 1919 varò (per decreto, il che la dice lunga su qualli fossero le resistenze del Parlamento) l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria.
Fino gli anni Trenta, le assicurazioni (volontarie o obbligatorie) furono il principale strumento usato in tutti i paesi più industrializzati per combattere il fenomeno della disoccupazione. La crisi del ’29 e la grande depressione che ne seguì mise in evidenza tutti i limiti di un approccio che tutelava solo particolari categorie di lavoratori e che certamente non era adatto a condizioni di disoccupazione di lungo periodo. Anche in questo caso, la guerra e il dopoguerra favorirono l’introduzione di nuove misure. In questi anni, agli schemi assicurativi si aggiunsero delle prestazioni a carattere assistenziale che tutelavano particolari categorie di reddito prive di questa tutela o, appunto, in caso di lunghi periodi di disoccupazione.
Schemi assicurativi e schemi assistenziali hanno rappresentato la principale risposta (ovviamente con alcune differenze e distinguo) alla disoccupazione negli anni d’oro del welfare state. A partire dagli anni Ottanta, in occasione di una nuova fase di trasformazione, molti paesi hanno progressivamente introdotto delle prestazioni assistenziali di carattere più generale che, sempre sulla base dell’attestazione di un effettivo stato di bisogno, introducevano delle forme di “reddito minimo garantito”. Il nostro paese è rimasto attardato sotto questo aspetto sviluppando, soprattutto dopo l’esaurimento della crescita del boom economico e a partire dagli anni Settanta, lo strumento della Cassa Integrazione Guadagni. Creata nel 1941 dal fascismo, nell’ambito del sistema dei contratti nazionale di categoria, la Cig è diventata lo strumento principe attraverso il quale risolvere le crisi. Tutelando però solo particolari categorie, essa ha impedito una più equa distribuzione della copertura. Già a metà degli anni ’90 l’Italia deteneva una serie di preoccupanti record negativi: “peggior grado di copertura di disoccupati da parte di trasferimenti pubblici”, “la più bassa intensità di protezione del reddito dei disoccupati”, “maggior numero di disoccupati sotto la linea della povertà”, “peggiore performance dei trasferimenti nel ridurre la povertà dei disoccupati” (Isfol, Sistemi di welfare e gestione del rischio economico di disoccupazione, 2003).
La mancanza di interventi anche in questo ambito ha insomma accresciuto il divario tra le tutele degli insiders e l’assenza di tutele degli outsiders. Un divario che la crisi attuale rischia di rendere incolmabile. Occorre intervenire, quindi. Possibilmente evitando di trasformare i primi nei secondi.
Non mancano i dubbi e le resistenze, che travalicano anche i risvolti meramente tecnici: almeno così come si è andato configurando negli ultimi decenni, lo strumento della Cassa Integrazione, molto amato peraltro anche dalle organizzazioni datoriali, ha infatti rafforzato le capacità d’intervento da parte delle organizzazioni sindacali durante i momenti di crisi. Come scrive Ferrera oggi, la parziale perdita di questo ruolo potrebbe essere recuperata introducendo o potenziando altri strumenti. Staremo a vedere. Certo è che così come come sono adesso, le cose, soprattutto per quelli che “stanno fuori” dalle tutele esistenti, non possono continuare in questo modo.