Tau Zero

Il blog di Gianni Silei

“Babbo, cos’è il coraggio?” “Te lo spiego con due foto”

3 settembre 2010

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Amburgo, 13 giugno 1936. Tutti salutano il Führer. Tranne uno  (grazie a Gianluca Scroccu)

Firenze, 1931. Nuovo stadio intitolato al martire fascista “Giovanni Berta”.  I giocatori della Fiorentina salutano romanamente il pubblico. Tranne uno: Bruno Neri.

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Per fare una Grande Società ci vuole un grande lavoro

3 settembre 2010

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Politica e parole d’ordine. Nel corso del ’900, i totalitarismi, particolarmente attenti a questo aspetto non secondario della comunicazione politica, ne sfornarono di  innumerevoli alcuni particolarmente efficaci. Anche le liberaldemocrazie non sono state da meno: dalla “New Frontier” di Kennedy ” alla “force tranquille” di Mitterrand,dal “progresso senza avventure” di democristiana memoria al berlingueriano “compromesso storico”, tanto per citarne alcuni in ordine sparso. Certi slogan riescono addirittura a travalicare i confini nazionali: per la loro efficacia, per comunanza ideologica o talvolta semplicemente per la pigrizia delle classi dirigenti che vi si ispirano. Si pensi al concetto di “Terza via” (definizione buona per tutte le stagioni e per tutti gli schieramenti politici) o, tanto per restare all’attualità e parlare di crisi, al “New Deal”.

Ultimamente, ricorda oggi Maurizio Ferrera, si è andato affermando, soprattutto nel mondo anglosassone, il concetto di “Big Society“. In parte richiamato da Obama ma soprattutto utilizzato dal conservatore David Cameron nella sua recente e vittoriosa campagna elettorale, l’espressione Big Society significa promuovere un rapporto nuovo tra individui, società ed istituzioni (centrali e locali). Qualcosa del tipo “meno Stato e più società“, insomma.

Affinché queste parole d’ordine, anche quelle meglio riuscite, non restino vuoti slogan occorre tuttavia dare loro, per quanto possibile, attuazione. Per questo, a certi politici di casa nostra che in assenza di idee autoctone hanno entusiasticamente abbracciato quella della Big Society, Ferrera ricorda che

per essere efficace, la delega di poteri e responsabilità alla società civile presuppone infatti tre condizioni che gli inglesi danno per scontate, ma che tali non sono in altri Paesi, soprattutto nel nostro. La prima condizione è la disponibilità di una cultura politica e di un capitale sociale caratterizzati da elevato «civismo»: diffuso rispetto delle regole, fiducia intersoggettiva, attivismo associativo e così via. La seconda condizione è la presenza di organizzazioni intermedie orientate alla risoluzione dei problemi collettivi e non solo interessate alla «cattura» di vantaggi corporativi. La terza condizione è la presenza di uno Stato efficiente e «capacitatore». La creazione di una società civile ben funzionante non dipende (solo) da scelte filosofico-antropologiche sulla natura delle persone e della società, ma da un’agenda puntuale di riforme istituzionali che deve essere elaborata e attuata dal governo.

Ammesso che sia realizzabile, una “Grande Società” non si costruisce seplicemente evocandola. C’è da lavorarci su.

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Golfo del Messico: ne è scoppiata un’altra

2 settembre 2010

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Le agenzie riportano che nel Golfo del Messico, a circa 80 miglia a sud di Grand Isle, si è registrata un’altra esplosione (con feriti e dispersi) ad una installazione petrolifera.

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Un disperato bisogno di normalità (oltre che di notizie)

2 settembre 2010

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Aldo Grasso e Curzio Maltese parlano del nuovo Tg di Mentana. Un Tg “nuovo”, a ben guardare, solo per modo di dire, visto che ha ottenuto un successo di ascolti (e ne otterrà ancora dal momento che è lecito aspettarsi che i concorrenti non derogheranno dalle attuali desolanti linee editoriali) grazie ad una formula semplice e rivoluzionaria, almeno per il nostro paese: la normalità. Infatti, il Tg La7 cresce non per una formula particolarmente originale o innovativa, ma perché si limita a fare quello che fanno da sempre i  notiziari televisivi di mezzo mondo: informare. Non che manchino le pecche, sia chiaro. Ma a quanto pare, al pubblico tanto basta. Almeno visto quello che propinano altre testate.

Che sia la prima avvisaglia della fine di un’epoca (non solo televisiva)?  E’ presto per dirlo. Certo è che sarebbe bello che l’esempio non restasse isolato e che ciascuno, non solo gli operatori dell’informazione, tornasse a fare il proprio mestiere con semplicità, professionalità ed onestà intellettuale.

La normalità, talvolta, può essere rivoluzionaria.

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La battaglia delle tasse

2 settembre 2010

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Negli Stati Uniti, in questi ultimi anni – evidenzia oggi Massimo Gaggi – non solo il divario tra ricchi e poveri si è accresciuto ma il ceto medio, la vera spina dorsale del sistema americano, è stato lentamente ma progressivamente risucchiato verso una inopinata proletarizzazione. Liquidata senza vincitori né vinti la guerra in Iraq Obama, complici anche le prossime elezioni di novembre, è adesso chiamato al difficile compito di abbassare il prelievo fiscale e, nello stesso tempo, di tenere conto delle pressanti esigenze di bilancio. Il tutto con l’obiettivo di rimettere assieme i cocci di una middle class sfilacciata e in crisi.

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Tolleranza e crescita economica

2 settembre 2010

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Quali sono i fattori che contribuiscono a favorire la crescita economica di un paese? Oltre alle dimensioni economiche concorrono anche degli elementi di naturale sociale/culturale? Niclas Berggren e Mikael Elinder hanno cercato di fornire alcune risposte a questi interrogativi mettendo a confronto 54 paesi e soffermandosi in particolare sulla tolleranza. Ne è venuto fuori un paper che potete scaricare e leggere qui.

(via Pratichesociali)

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Arrabbiati, depressi, impotenti… e incatramati

1 settembre 2010

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Le devastanti conseguenze psicologiche del disastro della Deepwater Horizon in questa intervista a Deborah Du Nann Winter.

(grazie a Francesca Mura)

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La politica economica di Obama? Timida e inadeguata

1 settembre 2010

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A sentire Martin Wolf, l’elezione di Barack Obama – e conseguentemente le politiche di risposta alla crisi di cui si è fatto promotore – è avvenuta troppo presto. Un po’ come se le presidenziali che portarono alla vittoria Roosevelt si fossero tenute nel 1930 (cioè all’inizio della Grande Depressione) invece che nel 1932. E questo, per i democratici, potrebbe avere serie conseguenze.

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Au revoir, professore

31 agosto 2010

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E’ morto Laurent Fignon.

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Decimo: fai un’omelette con le uova rotte

31 agosto 2010

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Nassim Taleb, del quale uscirà dopodomani il nuovo libro, anticipa sul Sole 24Ore un suo decalogo per fronteggiare gli effetti della crisi (e magari evitare che si ripeta).

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Wendy? Sono a casa, amore

31 agosto 2010

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Rientrato in Italia ieri, mi accorgo di essermi perso – oltre alla prima giornata di un campionato di calcio surreale mortificato e forse definitivamente colpito a morte dagli interessi televisivi – un sacco di notizie. In ordine sparso, tra quelle che mi hanno maggiormente colpito: un ministro della Repubblica che si “traveste” da mafioso sulla copertina di un settimanale per intimare ai mafiosi:  “arrendetevi” (potenza della comunicazione visiva). Due medici che se le danno di santa ragione in sala parto (io che ero rimasto al “signora, spinga!”, devo essermi perso qualcosa). Il ritorno del Circo di Tripoli a Roma, avallato dalle nostre massime istituzioni e ingiustificabile nonostante (anzi proprio in ragione) degli evidenti interessi economico-finanziari che in realtà nasconde (altro che Islam e Cristianità). Ah, poi ci sarebbe anche il Pd che torna a dividersi su qualcosa (ma telefonarsi prima no, eh?). Ma questa non è una novità.

Forse ha ragione Luca Sofri: è difficile smettere di essere un paese di pagliacci fino a che si è un paese di pagliacci.

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Sperando di mettere gli / o gli ° al posto giusto

25 agosto 2010

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Dopo aver decifrato le cervellotiche disposizioni circa la corretta composizione del bagaglio a mano, Tau Zero si interrompe per alcuni (pochi) giorni causa trasferimento nelle brumose lande del tristo principe di Danimarca. A presto!

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“Ingaggiate quel ragazzo!”

23 agosto 2010

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Basta rischi, borsa addio

23 agosto 2010

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Pare che i piccoli e i medi investitori americani, definitivamente smaltita l’ubriacatura da speculazione, scottati dai crolli azionari e preoccupati per il proprio futuro, siano in fuga da Wall Street.

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Si stava meglio quando si stava peggio. O forse no.

21 agosto 2010

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Questo post (scusate il gioco di parole) del Post informava come, secondo questo articolo di Foreign Policy e questi dati del New Scientist, il decennio che ci siamo lasciati alle spalle non sia stato a ben guardare un periodo di crisi e declino ma che semmai (sintetizzo) l’umanità nel suo complesso abbia invece migliorato in modo significativo le proprie condizioni di vita. Ne è seguita – un po’ sorprendentemente – una discussione sempre più accesa sulla bontà di queste affermazioni che è poi proseguita anche sul blog di Giovanni Fontana (che si è arrabbiato non poco con quelli del “si stava meglio prima”).

Tralasciando esose dissertazioni circa l’utilità di certe fuorvianti generalizzazioni, la validità o meno dell’idea e della visione della storia come progresso, la bontà e attendibilità degli indicatori e delle statistiche (“stiamo tutti mediamente meglio”, ci insegnano Trilussa e il suo pollo, non significa nulla) e sull’influenza, talvolta fallace, delle differenti provenienze, formazioni e sensibilità nei giudizi degli osservatori chiamati ad interpretarli – e l’elenco si potrebbe continuare – mi pare che, in piccolo, se ne ricavino almeno un paio di lezioni. La prima: la conferma di quanto sia ancora estremamente difficile valutare con oggettività eventi e fenomeni globali - e sottolineo globalia noi contemporanei. La seconda  (ma qui sto biecamente portando acqua al mio mulino):  l’importanza e la necessità della storicizzazione e del metodo storico (la storia serve, detto in parole povere).

E comunque, se proprio devo dire la mia, quelli di Foreign Policy e del New Scientist, alla fine non hanno mica tutti i torti.

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