E’ una crisi d’immagine e di modello di gestione che va al di là del marchio, dice Philippe Pons, e rimette in discussione l’intero toyotismo,

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Intervistato da Liberazione (ma anche dalla Stampa, anche se su altre questioni), Guido Crainz parla delle radici dell’Italia di oggi e le rintraccia negli anni Ottanta, in una società che

non poteva che ritrovarsi nella proposta politica incarnata da Berlusconi. E questo non solo perché si trattava di una realtà plasmata dalle televisioni, condizione, condizione che resta uno degli elementi importanti anche se non quello principale per capire quel periodo, quanto piuttosto per quel prendere piede di una società senza regole, per l’affermazione del privato, del successo personale senza il rispetto del bene collettivo e per il depauperamento di ogni etica pubblica.

Anche se precisa che gli anni Ottanta “non sono stati solo questo”, Crainz ribadisce che questo decennio rappresenta “il vero luogo d’incubazione del nostro presente”, il brodo di coltura di quel “plebeismo dei ceti medi“, come lo ha definito Carlo Donolo nelle sue recenti Considerazioni sullo stato della società italiana (che consiglio di leggere: le trovate qui e qui) che caratterizza i nostri tempi.

Come se ne esce? Per Crainz, con una classe politica che la smetta di vedere nella conquista della maggioranza il suo unico obiettivo e che punti invece, appoggiandosi a “settori civilmente robusti”, a porre nuovamente sull’agenda del paese i grandi temi. Più facile a dirsi che a farsi, anche perché – dice – coloro  che parlano di una imminente caduta di Berlusconi e già si domandano che cosa succederà dopo potrebbero sbagliarsi. La vera domanda potrebbe essere un’altra.

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E’ morto Tonino Carino.

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Il ricorso del Pdl sulla mancata accettazione della lista provinciale di Roma è appena stato respinto.

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Dopo la prima Repubblica, non siamo alla seconda, perché non c’è una seconda e aggiornata Costituzione. Manca l’ inventiva della grande politica, ricorrono gli argomenti abusati e faziosi. Cambiati gli schieramenti, ora quanto mai compositi o labili, e i nomi dei partiti, senza più identità chiare, nelle due coalizioni è manifesta la discordia d’ interessi e d’ intenti. È anche vistoso il trasformismo di parlamentari singoli e per gruppi, che passano come pendolari o nomadi da una coalizione all’ altra quando non si scindono e ricompongono come particelle mobilissime di mercurio. Nella società, sopravvivono e anzi prosperano ancora mafie o camorre, con l’ additivo della malavita importata per i tramiti dell’ immigrazione clandestina. Un demagogico lassismo, permissivo dinanzi a qualsiasi conflittualità corporativa o sindacale, regna nei servizi pubblici senza neanche il sostegno di adeguate infrastrutture. Nel fragile territorio nazionale, oltre alle ricorrenti calamità di natura sismica, si cronicizzano i disastri ecologici provocati dall’ abusivismo distruttivo dell’ ambiente o dalla molteplicità degli inquinamenti. Così è lo scenario fornito agli elettori, che nutrono scarsa fiducia nelle capacità di governo anche perché il costume politico non presenta novità degne d’ interesse. Finora, una partitocrazia tradizionale decaduta risulta sostituita confusamente da un’ altra, ma sempre dedita in primo luogo a interessi di potere proprio. I pochi ancora comandano, i molti servono, alcuni brigano.

Alberto Ronchey, sul Corriere del 21 marzo 2001

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Siccome (anche se mi rendo conto che pure questa affermazione sta diventando una frase fatta) sarebbe bene che di certe cose se ne parlasse tutto l’anno e non un giorno solo, lavandosi la coscienza comprando un ramoscello di fiori gialli (ai quali oltretutto sono allergico), visto che oggi è l’otto marzo, gli auguri li faccio mettendo qui sotto la foto di questa signora, Clara Zetkin, che  nell’agosto di cento anni fa appoggiò, durante la Conferenza Internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, la proposta di Luise Zietz che si dedicasse un giorno ai problemi e alla questione dei diritti delle donne.

Giornata delle donne, non dei fioristi.

P.S. Per la cronaca, la terribile storia dell’incendio della fabbrica negli Stati Uniti è vera, come le sue circa 150 vittime (nella quasi totalità donne). Ma non è avvenuta l’8 ma il 25 marzo. Non è avvenuta nel 1908 ma nel 1911. Non è avvenuta nella fabbrica Cotton ma nella Triangle Shirtwaist (la città, New York, invece è giusta).

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Un articolo di Claudio De Boni, sulla Rivista di Studi sullo Stato, dedicao ala London School of Economics e al dibattito attorno ai nodi dello Stato sociale. Dai fabiani a Beveridge, da Laski a Giddens. Da leggere, qui.

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John Kay, intervistato da Lazzaro Pietragnoli ha un’opinione molto precisa sulle misure finora adottate per rimettere in piedi il sistema finanziario.

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Guy Burgel parla della Grecia, un paese sull’orlo del fallimento, scrive, i cui abitanti sono però paradossalmente più ricchi (almeno sino alla crisi attuale) di quanto lo siano mai stati in passato. E conclude:

la Grèce livre à une humanité incertaine de son avenir une leçon historique générale. Une société ne peut s’identifier à la somme de ses individus [...]. Il faut aussi une organisation collective, une adhésion consentie, une Constitution établie, pour la répartition équitable des profits entre les citoyens et la nation. La véritable tromperie serait que ni le monde, ni l’Europe, ni les Grecs ne soient convaincus de l’universalité du message.

L’articolo completo, qui.

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Se, per caso, sono nel Lazio e in Lombardia (solo in quelle due regioni, però) e mi presento con un numero di firme insufficiente, alcune a matita, altre senza timbro, altre senza data e luogo, altre ancora senza certificatore, perché ho fatto tardi con alcune candidature di prestigio (una su tutte l’igienista dentale che mi ha tanto aiutato) quando arriva la scadenza di mezzogiorno non mi presento all’ufficio competente, ma rimango nell’atrio, con le firme nella borsa, posso poi chiedere che i termini siano riaperti, a un certo punto, e di poterne discutere dopo l’esito del voto, perché io le firme, anche se non tutte a posto, ce le avevo, nella borsa a mezzogiorno, mica ero tenuto anche a farle vedere. Se sono in Liguria o in Molise non posso, però. Ovviamente, fino alla data in cui mi sono presentato senza tutte le firme e senza depositarle in orario, non potevo saperlo. Poi, qualche giorno dopo, una norma interpretativa, che non interviene mica su un caso concreto, mi ha dato la possibilità di tornare in gioco, di andare al Tar e di fare anche la voce grossa. Pensate che spiegava proprio le cose che avevo fatto io, le altre no, si riferiva proprio al mio caso unico e sorprendente. E sapete perché?

Perché il decreto l’ho fatto io.

Civati, oggi

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E alla fine, col calar delle tenebre, è arrivato il decreto.

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«Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore».
«La situazione politica in Italia è grave, ma non seria».
«Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».
«Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione».
«L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito».
«In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco».
«In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Altri paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni».
«In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti».
«Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo».
«Le dittature hanno questo di buono, che sanno farsi amare».
«Oggi anche il cretino è specializzato».
«Ho poche idee, ma confuse».
«Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati alle nuvole».

Massimo Gramellini,
citando Enno Flaiano a cento anni dalla nascita

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Da un dossier di 72 pagine che da un po’ di tempo sta circolando ai massimi vertici del GOP (e dove oltretutto se ne dicono di tutti i colori), pare che i repubblicani abbiano deciso di condurre la prossima campagna elettorale contro Barack Obama e i democratici agitando una nuova paura: quella di un’America sull’orlo di un regime socialista.

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